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mercoledì, 21 gennaio 2009
 

In cui si racconta una storia

Marie Claire era nata un afoso martedì di luglio, così caldo che gli acini d'uva scoppiavano sulle piante. Il travaglio era stato lunghissimo, il parto rischioso: medici ostetrici e paramedici correvano di qua e di là mentre il cordone ombelicale la strangolava piano piano.
Un attimo prima dell'anossia un'ostetrica grossa e rude, di quelle di una volta, aveva scostato con una spallata un medico con tre specializzazioni e un'infermiera professionale gonfia di prosopopea fresca di corso e con quattro manate l'aveva tirata fuori, sporcandosi fino agli occhi degli umori della maternità.
Le aveva rotto una clavicola e schiacciato la testa, rossa e bitorzoluta come una melanzana troppo matura, ma le aveva ridato il respiro. Marie Clarie era tanto sorpresa di essere viva che non riusciva a piangere, ma singhiozzava sommessamente, masticando l'aria a piccoli morsi.
Marie Claire era nata rischiando di morire, con tre orrendi peccati originali, mentre suo padre dormiva il sonno dei giusti sul divanetto in sala d'attesa. Prima di tutto era vergognosamente intelligente. Poi era bellissima. E infine aveva scritto nel DNA l'amore per le cose belle. Ed erano peccati irredimibili, che nessuna confessione avrebbe potuto emendare.

Già alle elementari Marie Claire era fastidiosamente precoce. Scriveva il risultato dei problemi mentre la maestra dettava il testo, umiliando i compagni di classe che rimanevano delle mezzore con l'espressione accartocciata a pensare, ansimando sui fogli bianchi. Scriveva i temini subito in bella, senza correzioni, esprimendo con chiarezza i suoi pensieri di bimba senza mezze tinte, con descrizioni immaginifiche di imbarazzante bellezza.
Il plesso aveva cercato di disfarsi di lei, così veloce nell'apprendimento da provocare antipatie nelle mamme dei compagni arrancanti sulle equivalenze, spedendola in anticipo alle medie. Lei aveva preferito rimanere, che già allora aveva un perfetto senso del tempo che va.
A undici anni aveva mandato a memoria la biografia di Einstein, e a tredici assieme ai fumetti leggeva i saggi sul principio di indeterminazione di Heisenberg. A quattordici aveva scoperto che vedeva gli atomi. Cioè, vedeva gli spazi dentro gli atomi, e in qualche modo non del tutto consapevole ma esatto ne percepiva il vortice di interazioni.
Studiava pochissimo, irritando gli insegnanti del liceo: non sapeva la paginetta, ma rispondeva ai quesiti in modo brillante e originale mandandoli in bestia, che con i loro cervelli banali riuscivano solo a dire Non si applica, se si applicasse potrebbe fare di più.
E lei faceva di più.
Da sola.

Aveva imparato la grammatica greca per parlare in segreto con il suo primo amore adolescenziale, l'uomo della sua vita. Eppure anche quell'amore puro e folgorante era abortito sotto il peso delle manfrine della mamma che la voleva piccola e bimba, e non sopportava che quell'uomo - che era un uomo, molto più grande di lei - mettesse le sue sozze mani sulle sue forme acerbe.
Con un metodo economico aveva imparato a suonare il piano, con una tecnica rozza e bislacca ma molto espressiva, e scriveva commoventi canzoni d'amore con testi gioiosi e tragici allo stesso tempo.
Il suo corpo era sbocciato di colpo quando si era dedicata all'atletica. Con determinazione feroce si allenava ogni giorno, e mentre correva tutti i suoi chilometri lasciava girare il cervello in architetture complesse ed arcane che scriveva prima di notte su fogli di carta gialla recuperati da fondi di magazzino.
La preparazione le aveva donato un corpo perfetto, scattante ed asciutto, forme armoniose e potenti, roba da guardare fitto.
E vinceva. Vinceva spesso, fino ad arrivare alle soglie del successo. Poi gli allenatori avevano iniziato a pretendere che spegnesse il cervello e da un giorno all'altro aveva messo via le scarpette chiodate per sempre, assieme alle molte medaglie ed ai sogni olimpici di sua madre.

Quando tornò dalla prima visita all'Università e disse a suo padre che voleva iscriversi a Fisica, quell'uomo dalla mente goffamente astuta si sentì dire Quello che vuoi, basta che non mi chiedi dei soldi. Già perchè i soldi erano la sua ossessione. Perchè quell'uomo che l'aveva accolta al mondo dormendo aveva questa passione compulsiva per le donnine, e conservava il poco che occorreva per mantenere un tenore di vita di mera sussistenza, economie e rinunce. E soldi per pagare la trasferta ad una ragazza che voleva fare il Fisico Nucleare no, non ce n'erano. Le ragazze andavano bene per il letto, per far da mangiare e per aspettare il marito in reggicalze, ma il Fisico no, e poi quanto si guadagna?

Allora Marie Claire s'era presa il cuore in mano, e pagandosi la stanzetta con le vendemmie era andata lo stesso nella grande città con i ventricoli tra le dita e guardando il mondo dritto negli occhi, senza abbassare lo sguardo.
Dava gli esami a ritmo serrato, preoccupandosi poco dei voti. Prendeva quello che veniva, studiando il poco tempo che le restava tra un servizio in birreria e una distribuzione di volantini al supermercato. E diventando sempre più bella.
Scoprì che le cose belle sono meglio di quelle brutte il giorno del suo ventunesimo compleanno, quando le amiche le ragalarono una sottoveste di seta: indossandola direttamente sulla pelle nuda, da sola nella sua stanza piena dei suoi disegni a matita, provò una vera e propria vertigine, subito annegata dalla consapevolezza che le cose belle costano.
E indiiduò la soluzione quando una sera, al termine del suo turno ai tavoli della pizzeria, un avventore l'avvicinò e le disse che sì, una ragazza bella come lei poteva avere tutto quello che voleva.
Bastava fosse gentile: un paio di sere la settimana, con gli uomini d'affari stranieri che si fermavano in città.
Così Marie Claire scoprì che interrompendo il contatto elettrico tra il corpo e il cervello mentre avvocati obesi trafficavano con le sue carni poteva comprarsi un sacco di tempo libero da dedicare ai bosoni, ma anche le scarpe fatte a mano e i golfini di cachemire.
Il suo corso di studi si impennò. Arrivò in un baleno alla fine del corso di studi scrivendo una tesi di impegno e dignità di stampa, prese un appartamento da sola e un piano elettrico Wurlitzer degli anni settanta per suonare struggenti ballate di Nick Cave,

Il Professore la chiamò un giorno per un progetto internazionale. La sua tesi l'aveva colpito: era scritta con mano grezza ma potente, e conteneva delle intuizioni preziose.
Lo raggiunse nel suo studio imbottito di carta: la attendeva seminascosto dietro una scrivania ingombra. Si parlarono, e lei fu tentata di confidarsi con quell'uomo sapiente.
Gli parlò di sè e della sua storia, e che desiderava tanto occuparsi di Fisica da scavalcare di slancio le barriere morali. E gli disse che beh, tutto sommato il prezzo da pagare non era poi così alto visto che aveva imparato a separarsi da suo ventre in cambio di denaro e per uno scopo alto e illuminato.
Lei voleva guardare gli atomi.

L'uomo, grosso di se stesso,  le disse che era sorpreso, che era la prima volta che incontrava una donna così bella e così intelligente. E spregiudicata, disse.
E mentre cambiava espressione, liquefacendosi in un brillìo d'occhiate, disse che sì, ne aveva conosciute altre, ma che di solito no, non erano così intelligenti. E colte. E non parlavano così bene. E non erano così acute. Erano, insomma, mi ha capito.
E le disse che sì, poteva avere quel posto, insomma, mi ha capito.
Lei capì, e sentì rompersi una vena alla base del cranio.

Non mutò espressione di un che. Si alzò, lasciando che lo sguardo del professore scorresse oleoso sulle sue natiche tonde come orbite d'elettroni e disse Volevo sapere cosa ne pensave di una cosa, indicando la sua tesi sui bosoni aperta sul tavolo.
Raccolse il tagliacarte d'ebano appoggiato sul tavolo,  probabilmente un reperto di un viaggio umanitario in Africa, e si avvicinò di lato, sorridendo di quel sorriso malizioso che aveva imparato ad indossare quel paio di sere in cui si spogliava di se stessa, ed iniziò ad indicare qualche riga di poco conto sul volumetto rilegato in cartone color corda.
Il professore si avvicinò, riluttante a distogliere lo sguardo umido, e guardò la punta del tagliacarte che scorreva sul titolo, Capitolo VII.
Marie Claire si ricordò i muscoli atletici, e con un gesto preciso, una curva disegnata come una parabola esatta, infilò il tagliacarte nell'occhio sinistro del professore, facendo forza sulla gamba destra come al termine della ricorsa per il lancio del giavellotto. Lo affondò fino all'impugnatura, approfittando della sua sorpresa pietrificata, e al termine della traiettoria ruotò il polso per fare più danni.
Il corpo del professore iniziò a sussultare gorgogliando, mentre la sua scatola cerebrale si liberava dell'elettricità lungo gli arti. Lo guardò senza provare alcun sentimentimento mentre una schiuma birrosa gli saliva alla bocca, mentre i liquidi gastrici imbrattavano i fogli sulla scrivania.
Abbandonò la testa di moro conficcata nell'orbita e continuò guardarlo, mentre la vita lo abbandonava.

Ancora in piedi sulle sue gambe perfettamente tornite, polpacci fermi e caviglie frementi, cercò il telefono nella borsetta e impiastricciando la minuscola tastiera fece un numero molto breve.
Quando la voce fortemente accentata rispose Polizia disse con voce priva d'espressione Buongiorno. Mi chiamo Marie Claire, ed ho appena ucciso un uomo.

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