Voltava il capo in direzione della pianura, colore della corda usata: abbrustolita da troppo gelo per troppo tempo. Parlava sommessamente, le parole simili al gloglottare di una caffettiera.
Diceva, Gli occhi che racconto non esistono, e non ci saranno più.
Diceva, Gli occhi di cui parlo sono quelli che tutti sognano, e tutti sanno che i sogni non si avverano.
Diceva, Tutti sanno, anche senza esserne consapevoli fino in fondo, che i sogni non esistono, quindi danno loro un nome per continuare a sperarci.
Diceva, Li chiamiamo amore, perchè sappiamo che non li incontreremo mai.
Spense la sigaretta nel vino di poco prezzo che aveva davanti e senza guardare se ne andò, lasciando entrare una manata di freddo.
Forse l'uomo è fatto per stare da solo: a guardarsi spettacoli come questo, la colata di edifici bianchi come dentini di bambini che parte da qui, dalle rocce nere del vulcano fino alle curve morbide delle Isole di fronte a napoli, tinte di un riflesso color lillà nella luce fioca e sbieca del mattino di febbraio
Ma forse l'uomo non è fatto per stare da solo: che un orizzonte così sarebbe più rotondo se lo abbracciassero due paja d'occhi.
Le ragazze di vita sono infilzate negli angoli più luminosi della notte. Stanno ritte all’impiedi sotto la pioggia instancabile, riparandosi per metà con piccoli ombrelli rosa.
Nella pianura sembrano triste e provvisorie candeline di compleanno soffiate a fatica dai vecchi.
Ti vedono arrivare e fanno un passo avanti, tenendosi in equilibrio sui piedi friabili avvolti in alti stivali rossi lucidi.
Ti guardano con occhi ripieni di brillanti carbonizzati, ansiose che ti fermi paurose che ti fermi, una fucilata al minuto. Distolgono lo sguardo un attimo prima che i fari le sfregino di luce giallognola, in un’amara parodia del pudore.
Guardi le lancette dell’orologio indossato di fretta sbriciolarsi nelle ombre infeltrite per il troppo umido. Butti l’auto dove capita, con tre ruote nella neve. Sigilli con una spallate le lamiere, chiudendo dentro un’imbarazzante canzone moderna degli u due.
La pioggia ti cade addosso, in cortine disarticolate.
Sembra che una torma di alzavole disoccupate abbia ancora la cocciutaggine di batterti con un dito sulla spalla, hey.