Nel mezzo della notte sabbiosa di mezzomaggio, li guarda dormire. Sono morbidi come cuscini appoggiati su ucchietti di cuscini.
Lei ha i capelli gialli scarmigliati che scendono davanti al volto, celandolo: nel bujo appare solo un lembo di pelle rosa e setosa, leggermente arrossata. Il resto è aggomitolato, sembra un gatto stanco di una giornata intera di capriole. Ha il respiro affannato: la primavera l'opprime di pollini e di sbalzi di temperatura.
Quando le passa una mano sugli occhi si gira appena, a prendersi tutta la carezza. Poi si gira, con la flessibilità curvilinea di un serpente.
Lui ha calciato via le coperte: è accaldato da sogni faticosi. Lo copre con il lenzuolino, sfiorando la bocca tumida e i capelli della nuca sudati. E' piccolo, i pidi finiti prima della metà del letto giapponese.
Sussurra qualcosa, si china ad ascoltare: le parole sono mangiate via dal sonno. Restano impigliate tra i denti poche sillabe sul mulino e sulla Strega Pentolina.
Lascia la stanza, girandosi indietro ancora una volta, a forbire gli aromi di una notte ancora bambina.
Le ragazze di vita sono infilzate negli angoli più luminosi della notte. Stanno ritte all’impiedi sotto la pioggia instancabile, riparandosi per metà con piccoli ombrelli rosa.
Nella pianura sembrano triste e provvisorie candeline di compleanno soffiate a fatica dai vecchi.
Ti vedono arrivare e fanno un passo avanti, tenendosi in equilibrio sui piedi friabili avvolti in alti stivali rossi lucidi.
Ti guardano con occhi ripieni di brillanti carbonizzati, ansiose che ti fermi paurose che ti fermi, una fucilata al minuto. Distolgono lo sguardo un attimo prima che i fari le sfregino di luce giallognola, in un’amara parodia del pudore.
Guardi le lancette dell’orologio indossato di fretta sbriciolarsi nelle ombre infeltrite per il troppo umido. Butti l’auto dove capita, con tre ruote nella neve. Sigilli con una spallate le lamiere, chiudendo dentro un’imbarazzante canzone moderna degli u due.
La pioggia ti cade addosso, in cortine disarticolate.
Sembra che una torma di alzavole disoccupate abbia ancora la cocciutaggine di batterti con un dito sulla spalla, hey.
generalmente, la periferia è come l'orlo di un malumore.
non c'è nulla di bello nelle periferie: sono bieche e trascurate, biancastre, giallognole, aggrottate e strapazzate da più di un'orda di lanzichenecchi. non c'è dei graffiti arcobaleno per rallegrarle, o le stralunate sculture contemporanee piazzate in aiole incolte e in rotonde profondamente desertiche a sollevarne le gonne.
sono sfiancate le donne delle periferie ancor giovani, sono piegati gli uomini delle periferie ancor ragazzi: del loro periferico sopravvivere, eccentrico frullare attorno al nulla.
allora guidando tra le strade a croce dai nomi battezzati all'impronta - via oceano indiano, via monti urali - quasi a ricordare che anche in periferia si fanno le scuole elementari, guidando piano per non investire le molte prostitute nere come la notte di pioggia stupida e insistente si guarda attorno folgorato da un'invenzione.
che da sempre sta guidando alla periferia di se stesso, ma senza mani.