lunedì, 30 marzo 2009
Lo guardo, la mattina presto di questa ora legale, alle 0655. Lo guardo scendere dalla Cayenne nera, con il suo gilè antracite e la sua camicia bianca. Posa il piede vitellocalzato a terra, come un Armstrong più nostrano: come una contrazione di Peter Gallagher nella costituzione brevilinea di Bruno Conti. Sarà l'ora legale, che starebbe bene volturata in ora penale, che gli annebbia lo sguardo: che vorrebbe fulminare tenebrosamente l'universo ma risulta solo vagamente assonnato. Avrà un trentadue, trentacinque anni. Chi cazzo avrà ammazzato per comprarsi quell'auto.
Lo odio.
La fidanzata scende dal lato opposto, come pare sorprendentemente opportuno, vestita in ginz Cavalli e tacco puntuto. E' bellissima, una starlette. Ha l'espressione mordace di un dugongo dopo l'accoppiamento, e caracolla stordita dal jet lag verso le scale dell'Autogrillo.
E' perfetta, ed odio anche lei. Perfetta nel trucco, nell'abbigliamento, nei capelli, che sembrano messi al loro posto uno ad uno da piccoli parrucchieri cinesi. Sugge la sua briosc surgelata ripiena al cioccolato con bovina voluttà, tergendosi le goccioline sulla bocca atteggiata a cul di gallina con la punta del tovagliolo, quando risale a bordo del panfilo su ruote.
Gallagher la guarda con la stessa fibrillante attenzione che si dedica a i vermi della pioggia, quando escono dalla terra dopo il temporale.
La rabbia monta. Vorrei che fosse bujo, bujo dalle parti di Pioltello: e che lui stesse per attreversare la strada una notte di febbraio, con la nebbia ammucchiata in rotoballe ai lati della strada. E che mi sbucasse all'improssivo. E che fosse troppo tardi per frenare. E che gli potessi lodevolmente prendere contro con la macchina. E che potessi far finta di non averlo visto. O che potessi serenamente pensare di aver investito una nutria, o un capibara. E che potessi serenamente proseguire la mia strada.
Lei si gira, interrompendo il curioso cortometraggio che la rabbia sta projettando sul parabrezza. Rumina, tenendo la briosc alla cioccolata tra due mani, come fanno gli scojattoli. Mi guarda, sfregando i molari inferiosi su quelli superiori, riversando carboidrati semplici nell'abomaso.
MI afferro al volante per frenare il senso di vertigine.
Non si dovrebbe guardare dentro labisso del nulla alle 0655 il primo giorno d'ora penale.
lunedì, 19 gennaio 2009
E' una nebbia cotonosa, pallida e insipida. Non quelle belle nebbie che t'azzoppano e ti fanno sentire smarrito, affogato in un bianco onirico e stupito, quasi una gigantesca spugna intinta nella biacca a coprire le gibbosità del mondo.
I piccoli fari rossi posteriori dei veicoli ventriloqui sembrano gli occhi inditruttibili dei film di fantascienza americani degli anni novanta, quando nerboruti impiegati delle multinazionali si improvvisavano eroi alle termopili, per salvare ragazze di bellezza sfacciata e irreale.
Va avanti ancora, affondando nella schiuma birrosa sospesa a mezz'aria come la mano nell'impasto del pane crudo, gonfio di lieviti.
mercoledì, 03 dicembre 2008
Già trova parecchio fastidioso l'assunto che basta mettere due lunghe cosce e due zucche potruse nell'aere, dovessero anche appartenere a silfide non più minore da poco con ancor ail labbro superiore umettato di peluria, per avere il suo cervello esanime tra le mani.
Ma lo spettacolo del cinquantenne che, mano in tasca e passo molleggiato, sorriso ferrigno e ciuffo ravviato, approccia la suddetta con fare maffone e si avvicina alla olavà olaspacca, che alla più peggio mi dice di no, è oltre il limite di ogni sopportazione.
ed anche per oggi si rifugia in una fuga che ha più l'aspetto di una disfatta per lo stolido genere maschile.
promuovo una definitiva liberazione dalla schiavitù della glandola mammaria.
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