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lunedì, 05 maggio 2008
 

In cui si racconta il terremoto piccolino

Nel sinusoide avvoltolato su se stesso della vita quotidiana si apre d’improvviso una breccia: una falla. Un giorno di libertà subìto più che altro t’offre d’incanto sei, sette ore a perdere, come i vuoti dell’acqua minerale, leggermente addizionata d’anidride, grazie. Spenti gli ultimi grammi di energia sulle ripide rampe di Costa Ferrata, potrai recuperare i 2 kili di calorie spesi in copula inusitata con faticosi manovellismi d’alluminio a casa del vecchio, che lei ha lasciato solo poco più d’un mese fa. E per la verità lei ha lasciato solo anche te, poco più dì un mese fa, e senza nemmeno chiedere il permesso. Anzi, con un bel gesto teatrale, di quelli che a lei piacevano così tanto, ha deciso di piantarla lì di faticare, di tenere tutto sotto controllo, il lunedì il bucato e il martedì il ferro da stiro, e il giorno dei santi al cimitero e la sera della vigilia i tortelli. Tipico suo di lei, dopo che aveva deciso così, di ignorare i richiami del defibrillatore e dei medici d’urgenza, perchè lei aveva deciso come suo solito con la sua testa, senza chiedere a nessuno, incurante del parere di questo e quello e di noi e di coloro.
Il vecchio allora, con quel che resta della sua integrità minata da molte sinapsi rimaste senza lubrificante, caparbiamente si trascina ogni giorno dalla sera alla mattina e dalla mattina alla sera: in qualche modo emendato dalle gramaglie che lei gli imponeva: mai usare due pentole quando se ne poteva usare una, mai friggere il pesce che rimane l’odore, mai godere, che è vietato.
Dal vecchio hai ereditato questa moderatissima vocazione al martirio, che lei si è portata six feet under, e per la verità questa di lei è la sola cosa di cui non sentirai la mancanza.
Allora lui ha pesce ogni giorno: nel suo modo bislacco ed un poco arruffato, ma quando lo chiami per dirgli che se ne ha per due ci sei anche tu, senza troppo chiedersi e senza troppo chiedere si prepara e t’aspetta: nel suo modo lindo e lineare di vecchio crivellato dai farmaci.
T’aspetta sulla porta, con una impepata di cozze che altrove verseresti direttamente nel lavandino: una bella busta di cozze congelate, aggiunte di vongole sgusciate, capperi e pinoli, e un’alluvione di salsa di pomodoro: e maggiorana, e basilico, e prezzemolo. Della stessa avrai conditi gli spaghetti. Li sta già cuocendo, orribilmente amputati a metà come faceva lei: perchè lunghi poi escono dalla pentola, e non s’era mai rassegnata a vederli piegare pian piano: li spezzava a metà con un gesto sicuro e criminoso, e il vecchio fa lo stesso. Conditi della stessa impepata, ed aggiunti di sacro parmigiano reggiano.
Lo guardi con un sorriso lunghissimo, mentre ti apre una bottiglia di vino dei castelli che ha comprato apposta per te, che sa che ti ci appassioni: bottiglia di prima scelta, ben centottanta centesimi, lui che si tetta il temibile chiaretto delle Riunite da zero-settatancinque.
Sapesse che il Sancerre che hai bevuto ier sera alzava 44 europei avrebbe un altro arresto cardiaco.
Gli eviti il tracollo, e provi a raccogliere gli spaghetti spezzati - barilla, naturalmente - con una certa fatica.
Il vino è orribile, le cozze sono gommose e troppo forti di pomidoro: ma lo guardi mentre cerca la tua approvazione: Spero che tu sia stato bene, chiede in dialetto reggiano vero. Suona A’sper che t’sei ste bèin, e gli dici Queste cozze sono favolose, e lui dice Vacca, s’in fini! e allunga il vino con l’acqua frizzante.
Boun, at fag al cafè, e sono passati 45 minuti netti dal preciso istante in cui hai varcato la soglia. Con la destra finisce il piatto e con la sinistra sta già cominciando l’altro, tracanna il bicchiere e senza cambiare il piatto passa alla pera.
E’ tenero.
All’una ha già messo i piatti nella lavastoviglie, quella che lei non usava mai perchè non riusciva a sopportare l’idea di avere i piatti sporchi per casa tra un pasto e l’altro. Doveva farli subito adesso, lei, sempre.
Poi ti manda a letto, a fare la pennichella, perché poi la pennichella la deve fare lui. Insopprimibile pennichella, tanto che ricordi le sue pennichelle epiche fin dall’età del tuo primo ricordo. Lo abbracci piano, carezzandogli appena i capelli bianchi e fini, sempre più radi. Gli dici Grazie grazie, Se vdòm, e te ne vai.
Il sole è appeso in alto sul soffitto celeste, picchia duro. Quando svolti per la via della Villa di Spadoni, pensi ai tuoi vecchi, lui che si arrabatta con i suoi giorni arrotolati uno sull’altro, lei buia nei colori della notte.
Ti pizzicano gli occhi, grande come sei, c’è la voglia di aprire i rubinetti. Un tizio all’aradio pontifica tronfio sul suo ultimo spettacolo, uno spettacolo ardito, di quelli che mettono in scena quelli che non hanno niente da dire: così ardito che a noi mortali quaggiù ci vuole il pamphlet all’inizio dello spettacolo per capirlo, come se alla bocciofila ti dessero le istruzioni per ridere delle barzellette del barzellettiere di quella sera. Spingi il bottone del finestrino e lasci entrare un fiotto di brezza, olente di coriandolo e di germogli d’erba medica, e spingi l’acceleratore senza pensare: quando raggiungi il colmo della salita le ruote si staccano un po’ da terra, mentre recuperi il volante sulla banchina scivolosa, fumo di ghiaia alle tue spalle, sei già sui centotrenta. Spingi ancora, nella strada larga due metri e quaranta, verso i centosessanta sgorgano lacrime calde, copiose, untuose come un moscato passito, unte come olio di macchina, roventi come ghisa dal crogiuolo, e ti lasci piangere come non hai potuto fare allora, che noi uomini non piangiamo mai. Noi maschi della specie andiamo a caccia, proteggiamo il focolare e ci picchiamo per le femmine, mica abbiamo tempo di piangere le donne della nostra vita che se ne vanno senza chiedere il permesso.
Ma: va bene. Lasci andare il pedale, rallenti che tanto ormai non vedi più la strada. Arrivi alla rotonda dove non puoi far a meno di frenare e torni di qua del confine della realtà.
Perché noi maschi della specie possiamo piangere solo quando siamo da soli, come gli elefanti: enormi, bellissimi e inutili, e onnipotenti, come gli elefanti vecchi.

 



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