lunedì, 09 marzo 2009
Cominciò con una bavetta biliosa dal sapore verdognolo che gli era rimatsa appiccicata all'ultimo angolo dell'ultimo sognetto, una cosa in cui molta gente lo metteva al centro di un cerchio indicandolo con il dito.
Cominciò con una sensazione di formicolio agli omeri che piano piano scendeva verso i gomiti e poi ai polsi, come se una scossetta si muovesse a passo di lombrico piano piano, conquistandosi i centimetri uno ad uno.
Si svegliò ancora prima del solito, con il fiato che non saliva più dalle frattaglie ma si impiantava tra i denti, prendendo l'odore muffo del muschio rimasto troppo all'ombra della quercia.
Sentiva un peso, una tara di un chilogrammo circa per ogni dito, le mani erano di terra bagnata e la pelle sembrava soffiata da un turbine d'asciugacapelli.
Le unghie, si accorse che le unghie gli erano diventate strette.
Quelle piccole escrescenze ossee gli stringevano la punta dei diti, sfulminandogli la sensibililtà dei polpastrelli, schiattandogli il respiro appena sotto la lingua.
Stringevano, spingendo via il sangue dalle punte. Stringevano sempre più al punto di rendergli difficile la vista. Non riusciva nemmeno più ad aprire il rubinetto dell'acqua fredda, perchè i polpastrelli erano prima caldi poi roventi tanto da scaldargli le orecchie al calor bianco.
Ormai girava per casa in canottiera, tenendosi prima una mano poi l'altra, stringendosi i polsi. Il dolore stava diventando intollerabile: aveva unghie di dieci misure più piccole, l'epidermide attorno alla corona si stava facendo paonazza per la pressione e la tensione.
Infilò le mani nella tazza, per cercare un po' di refrigerio. Ma l'acqua gli sembrò acido muriatico
Fu come una fucilata direttamente dentro gli occhi, caricata a sale e cristalli d'iprite. Fu come una stilettata di corrente elettrica a mille volt. Fu come il taglio di una lama troppo affilata per accorgersi del taglio prima del dolore.Il mugolio divenne un mugghìo scomposto, e poi un ringhio slabbrato e sfatto.
Sollevando le mani senza nemmeno sfiorarle le appoggiò all'intonaco ruvido ed inizià a sfregarle sul muro tirandole in giro a cerchio, fino a segnare con compassi rosa la pittura immacolata.
Non sentiva nulla.
Il dolore era ormai così forte da annebbiargli la vista. Si sarebbe staccato le braccia per lenirlo, si sarebbe bruciato le mani per alleviarlo. Si sarebbe tagliato via le mani.
Tagliare.
Vedeva solo questa parola attraverso gli occhi inondati di lagrime inarrestabili. E vedeva la grossa lama nel ceppo.
Si avvicinò al tagliere e metodicamente iniziò con piccoli colpi ben assestati a spuntare le dita della mano sinistra, prima a piccoli morsi, poi, quando si accorse che i tagli erano solo punture di spillo in confronto all'urlo mozzafiato delle unghie che stringevano, piegavano, piagavano, con maggior energia e maggio r approssimazione.
Arrivato al palmo si abbandonò alle urla isteriche, perchè sentiva ancora lo stesso senso di costrizione, la stessa morsa ferrea. Il sangue verniciava ogni cosa, non riusciva più a tenere in mano il manico del coltello. Accese la lama circolare ed iniziò a passare anche le dita della mano destra, una ad una, con precisione e puntiglio. Non vedeva quasi più nulla, che la lama decorava la sua faccia di spruzzi dritti e lineari.
COminciò a scivolare sul pavimento bardato di sangue, cadde sulle ginocchia. Tentò di aggrapparsi al bordo del piano, ma dove sentiva le dita non c'era più nulla.
Stramazzò a terra, battendo forte la faccia, senza potersi proteggere e senza rallentare la caduta.
L'osso dello zigomo si spezzò ad angolo acuto e gli penetrò profondamente nel cranio, spegnendo i centri del dolore.
Sorrise al buio che sopraggiungeva, perchè finalmente non sentiva più male.
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