mercoledì, 01 aprile 2009
Il sole arrugginito, il vento appuntito, il dolore ferito, il mondo ripulito.
Le turche infagottate, le mele bacate, le barche rovesciate, le foglie piegate, le parole piagate, le ore consumate.
Le strade bagnate, le ruote arrotolate, le voci concitate, le voci ferite.
Le vene seccate, le mele bacate, le poste giuocate, le ruvide suole, le inutili parole.
Così tante parole, più poche parole.
E resti senza parole.
venerdì, 09 gennaio 2009
Credeva che non fosse possibile, non credeva possibile che a lui proprio lui attaccasse il panico del foglio bianco. Lui no, lui sapeva sempre da che parte iniziare, perchè lui, lui no, lui sapeva cominciare una storia un racconto una fiaba un resoconto. Un fantasmino un tiramisù, ma sapeva. Da. Che. Parte. Iniziare.
Dunque ora stava lì davanti al foglio bianco, tradotto dalle paturnie dell'era digitale in un monitor bianco. Blink, faceva il cursore all'inizio della riga, le dita appoggiate a otto su otto tasti. Si guardava i polpastrelli, ASDF HJKL, non pareva essere un inizio molto promettente. Lui no, lui non si sarebbe fatto fregare nè da un foglio a righe di quinta, quelle alte così senza i margini, nè da uno stupido foglio di cristalli di silicio eccitati elettronicamente. Ecco, mancava l'eccitazione elettronica. Provò, HHHH, QQQ. Non ne usciva niente di buono. Anzi trovava stucchevole continuare a combattere con l'omino con il cacciavite che continuava a girare la vite conficcata sopra il suo occhio destro, un dolore fitto e acuminato che lo accomagnava da sei mesi per tutto il giro dell'orologio, ed anche quello dopo. Mentre fissava il capoverso, testardamente vuoto, il dolore si fece scuro e diventò una cosa liquida e rovente che iniziava a tracimare tra le ciglia, confondendo la visuale. Il monitor iniziò a sciogliersi, sembrava crema di latte in piedi tolta dal frigo troppo presto. Squagliava e impiastricciava la tastiera, come un piccolo fiume organico che cercava di tornare alla propria fonte.
Capì di trovarsi in mezzo all'oceano del panico, mille metri d'acqua gelata colore del cobalto, terribilmente accogliente e capricciosa.
Si lasciò andare per un po' mentre l'ondata di succo di monitor - bianca come la neve ai lati delle camionabili quando si sporca di diesel e di oli minerali - montava sulla punta delle sue dita. Aveva odore di lievito andato a male, plastica sciolta con l'accendino e mutande di ieri, e non accennava a fermarsi.
Capì di essere pronto a soccombere al panico quando tentò di abdicare cercando freneticamente l'interruttore, per mettere l'apparecchio in posizione di riposo: ma era già stato completamente ricoperto dalla palta color della palta d'argilla. Sciolto, perso come la roba scura dentro la stracciatella.
Capì che poteva solo soccombere a quel panico, e lasciarsi ricoprire dal cavallone nei giorni di mare grosso.
Chiuse gli occhi, scacciò la nebbia confusa con un battito di ciglia e iniziò a cercare una C sulla tastiera annegata. Poi una R. Una E. Poi la D. Poi eva che non fosse possibile, non credeva possibile che a lui proprio lui attaccasse il panico del foglio bianco. Lui no, lui sapeva sempre da che parte iniziare, perchè lui, lui no, lui sapeva cominciare una storia un racconto una fiaba un resoconto. Un fantasmino un tiramisù, ma sapeva. Da. Che. Parte. Iniziare.
|
|