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venerdì, 03 aprile 2009
 

In cui il tempo

Vada per chi non sa come far venire sera. Che qui si è appena fatto domanda per avere un giornata di 40 ore, o una settimana di 10 giorni.

Oppure il teletrasporto, o la macchina del tempo. Ecco, la macchina del tempo non mi dispiacerebbe: che vorrei andare a suggerire ad un tizio che conosco molto bene che non è detto che dire di no sia la cosa più intelligente. Almeno in quelle due o tre occasioni.

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lunedì, 14 luglio 2008
 

In cui un formidabile crepuscolo satolla di prepotenza

M'avvio sul tardi una sera lunghissima di luglio - non senza un certo pervicace calvinismo autoiettivo - verso il traguardo di un modesto ripascimento delle occhiaie vuote di sogni, complice un crepuscolo di bellezza quasi dolorosa: voltate le ruote nelle stradine perdute tra le risaie, uno stendardo rosa colore delle rose rabbrividisce ai sospiri esalati con rincrescimento dalla brezza serotina, tracciando una linea molto poco severa da qui a lì: più che altro un vellutato contraltare alla corna delle alpi. Sono piantate lì attorno come una coronda di spine malamente sbozzate, in fretta e senza cura alcuna, nemmeno buone a conficcare stimmate di seconda mano alla riga di confine della nuova notte.
Le piantine di riso, fitte nei campi appena dragati, terra nereggiante, risaltano come un pratino all'inglese esageratamente verde ed esageratamente cresciuto eppur sì bello e proporzionato e fitto, un tappeto a pelo lungo appena estratto dal bussolotto degli anni settanta, anche lui.
Ad ogni curva - vicine e repentine - s'acquattano fossi profondi più di cento metri, così profondi che ne puoi vedere solo il riflesso specchiato nel lucore soffuso, e prendono la forma di gelati modernisti al gusto puffo. C'è forse più d'un airone cinerino, in volo stridulo, a rigare il tetto sopra lo sguardo, resto mancia.
La M gialla sbrillante esorbitata a mille metri d'altezza scava via il suo posto tra i pioppi: mi satollo di questo affresco struggente, perchè d'altra fame non v'è lenimento:  ma solo una ovvia obesità.


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lunedì, 17 dicembre 2007
 

In cui si apprezza l'immaginifica prepotenza del lunedì

L'intima essenza di un lunedì d'inverno: alle 658 è freddo, è buio, è lunedì. L'intima essenza di questo essere sempre sotto la linea di galleggiamento della continenza e della temperanza.
Bevi poco e non fumare, e non mangiare carne e non mangiare formaggio, evita gli insaccati ed evita i super alcolici, e contieni le tue libagioni e tempera i tuoi appetiti, così forse salverai il tuo colon dalla neoplasìa. E nel frattempo contieniti e temperati come se ti fossi già arreso, che sai, quando sarai vecchio.
E così questo intimo costringersi ad una sveglia antelucana, cosparso di rigore in qualche modo calvinista, diventa una bella botta alla tua etica laica e materialista, perchè ti trovi avviluppato ben bene in una bella rete aconfessionale ma fortemente antipeccatrice: se il peccato è l'immoderato ed il generosamente gaudente, gotta permettendo.
Intanto vecchio stai diventandolo ogni giorno un po' e le righe sulla tua fazza non mentono.
Lunedì è in fondo metafora della resurrezione: dall'abisso di pur moderatissimi eccessi del week end - ozio, gola, lussuria - alla vita quotidiana: pane e poco salame. E quello che anche fosse bello magro, che il lardelli fanno ingrassare e buttano su il colesterolo.
Si getta sull'agenda, che fare non è ancora pensare.


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