venerdì, 03 aprile 2009
Vada per chi non sa come far venire sera. Che qui si è appena fatto domanda per avere un giornata di 40 ore, o una settimana di 10 giorni.
Oppure il teletrasporto, o la macchina del tempo. Ecco, la macchina del tempo non mi dispiacerebbe: che vorrei andare a suggerire ad un tizio che conosco molto bene che non è detto che dire di no sia la cosa più intelligente. Almeno in quelle due o tre occasioni.
mercoledì, 04 giugno 2008
447. ANCORE
Ancora e ancora, tutto torna.
Cerca di scrollarsi di dosso la coperta di panno lenci zuppa di fiammiferi e cartapecore, e se ne duole di non essere ancora capace di ignorare il plancton putrefatto che piccolamente torna.
C'è qualcosa di simile al ribrezzo in mezzo a questo senso di essersi mescolato senza essersi michiato, ma soprattutto senza essersi accorto della degenere attitudine a guardare di quà sopra tutto perchè c'è il nulla di là.
Piccolamente gli omini si occupano di lui, forse ebbri della loro stessa vertigine per il loro stesso vuoto, di questo drammatico nulla avere per dopodomani.
Per domani sì: galline. Che d'uova non s'è vista l'ombra.
lunedì, 12 maggio 2008
Signori in vettura, dice l'azzimato capotreno con il suo colletto rigido e il suo berretto rigido, e il suo fischietto rigido e il foglietto stazzonato da troppe partenze e troppi pochi arrivi.
Piiiiiii riempie l'aria vaporosa del vapore sulfureo delle macchine del treno internazionale, mentre Blink cerca di capottare il suo grosso baule su per i gradini della carrozza di terza classe.
I facchini lo guardano fumando sigarette arrotolate a mano e discutendo dell'ultima partita di telesina senza muovere alcun dito: dai passeggeri di terza classe non ti puoi attendere alcunchè di grosse mance o anche la semplice marchetta.
Ansima Blink, ansima tutti i suoi fiati mentre s'aggiusta la giacchetta un po' lisa sui polsi, dignitosa, riammodernata dalla sartina all'angolo di via delle beccherie, una signorina ammodo di quelle che non ti guardano mai negli occhi, ma ti sfiorano appena come se fossi di vetro mentre schizzano via una piega di troppo sullo scalvo, o magari una virgola nella Piega dei Pantaloni.
Oh, avrebbe guastato quella nitida e forzuta Piega dei Pantaloli in quel viaggio per Nessundove, nelle molte ore che l'attendevano in scompartimenti fitti di braccianti del Sud agricolo e impiegatucci di batteria, di modiste alla ricerca di un lavoro altrove, di bustaie lasciate sul lastrico dalla crisi dell'industria del guanto.
Ansima Blink, versando stille di sudore cristallino e puro di sè giovine e puro sè sui gradini lordi di silacchi di vecchi arrivati e nuovi arrivi sul treno a vapore per Nessundove, tre fermati dopo Postoqualsiasi.
Raggiunge una panca di legno di quelle faccia-a-faccia alla moda francese, dove resta libero il solo posto libero di fronte ad una donna dai tratti sanniti, di cui intuisce più che vedere i capelli bruni grossi e fitti sotto la cuffia strettamente annodata - piccoli disegni imperscrutabili. di cui intuisce più che vedere gli occhi grossi e fondi neri come bitume, strettamente annodati a palpebre pesanti come le saracinesche a tenuta stagna di un piroscafo, impossibili a sollevarsi di propria forza.
Ansima Blink, mentre si ripiega dopo aver faticosamente issato il baule pesantissimo sulle cappelliere, pieno anche lui non ricorda più di cosa se non di dodici tonnellate di ricordi frusti e stropicciati, un gomito addosso al copista levantino e un ginocchio al venditore a domicilio di inchiostri di china, e si siede finalmente rimettendo l'aria nei polmoni da cui mancava da qualche minuto. Alza gli occhi e vede chi c'è seduto di fronte a sè, e sente qualche muscolo staccarsi dalle ossa come dopo una rovinosa caduta.
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