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mercoledì, 03 giugno 2009
 

In cui si trascina verso una prevedibile fine

Si accorse all’improvviso che stava nascondendosi. Non da qualcosa, non da qualcuno, L’atto di nascondersi era primordiale, un impulso atavico: irresistibile, quando non è per non farsi vedere da qualcuno, da qualcosa. Quando è non farsi vedere tutto corto. Si nascondeva, ed era impresa alquanto impervia. Corpacciuto, con il suo completo di lino cartazzucchero alquanto brancicato, una cravatta reggimentale tono sul tono, occhiali dalla montatura in tartaruga e la grossa tracolla nera, stava appollaiato su un sedile alto al banco del sushi, tra i dubbi. O forse, stava appollaiato sui dubbi tra i sedili alti del banco di sushi.O più probabilmente stava appollaiato sul sushi tra i dubbi dei sedili alti del banco.
Sceglieva i piattini colorati con una cura malferma, stolida: uno giallo, uno blù, uno verde uno blù. Un altro giallo, uno rosso. Birra – oscenamente fredda – e la lista di nomi impronunciabili pieni di cappa, con la desinenza in –to.
Ogni volta che la cameriera veniva a chiedergli qualcosa chiedeva di ripetere, guardando fisso quegli occhi tagliati di sbieco con espressione liquida. Faticava a capire, non solo per il fumoso accento orientale.
Poi la vide entrare con il cellulare in mano, parlando con una voce controtenorile all’amica dentro il telefono. Passava al sussurro ridacchiato quando affrontava i temi più scabrosi: l’immigrazione clandestina, il mercato nero della prostituzione, la crisi della scuola primaria, i risicati finanziamenti alla ricerca, o forse l’ultimo incontro clandestino con l'amico di suo marito. Rideva con il naso, come a coprire un crimine efferato, un adulterio conclamato, o una marachella con la carta di credito del consorte.
Camminava con ritmo calibrato, e una strana postura: spingeva avanti il ginocchio, che come per una meccanismo arcano si trascinava la caviglia, in equilibrio approssimativo. Poi il piede appoggiava piatto, l’ardito tacco di quattro dita e la pianta nello stesso momento, ottenendo un ciangottio simile ad un singulto quando finalmente si riappropriava di una verticalità meno approssimativa. Aveva le unghie dei piedi curatissime, smaltate con precisione millimetrica: brillanti di uno smalto perlaceo, tinta ciclamino. Mentre continuava a parlare dentro la coppa della mano, con occhi mobilissimi sguardava tutt’attorno, trascinandosi dietro un uomo con la barba tagliata ad un millimetro esatto, i capelli rasati ad un millimetro esatto. Più probabilmente, il congiunto. Lo parcheggiò nel separè, curando di finire l’importante conversazione mentre lui iniziava a prendere visione della Minuta delle Vivande.
Negli anni settanta l’avrebbero definita un bel personalino. Alta, slanciata, aveva gambe estremamente ben tornite, con caviglie rettilinee e polpacci affusolati, una catenina a chiudere la linea di congiunzione. Le cosce, fasciate in una specie di braghettone attillatissimo, bianco, rilucevano di muscoli e di stoffa, guizzando. Sopra, una corta camiciola a fiorami, poco scollata. Non era forte di petto, ma le spalle erano larghe e diritte, si incurvavano solo quando la voce scendeva per confessare anfratti inconfessabili di quella pubblica confessione, ancorchè singhiozzante.
Continuava a guardarla, perché in tutto ciò non riusciva a darle un volto.

O meglio, il volto era da qualche parte tra il microfono del telefono e i capelli, corti e incredibilmente poco, ecco, pertinenti. Una zazzera incolta – a paragone della dettagliata mise en place di tutto il resto – concludeva un ovale comune, più che regolare, incorniciando lineamenti così banali da risultare illeggibili.
Nessuno avrebbe osato definirla meno che un bella donna. Lui la guardava smarrito: non riusciva a percepirne il contorno degli occhi, il naso era ora lungo in modo smisurato, ora insignificante. Il profilo delle labbra, sottile e imperscrutabile. Gli zigomi sfuggenti.  Senza che il suo accompagnatore desse il menomo segno d'impazienza mentre leggeva le pietanze le sopracciglia aggrottate nel profondo sforzo, la donna continuava le sue piroette sghimbesce nel centro della stanza,.
Non riusciva a staccare gli occhi dalla donna, che proprio in quel momento stava terminando la telefonata. Sollevò lo sguardo su di lui, interrogativo. O forse era curioso ed era diretto affianco. O forse era insofferente, ed era virato verso il basso, ancor oggi non lo saprebbe dire per via di quella sua smisurata normalità o per una percezione alterata della realtà.
Pietrificato dallo stupore per quel fenomeno mai visto prima d’ora, aveva assunto l’espressione di chi guarda gli scavi con gli operai al lavoro. Pacata attesa, interesse annoiato, curiosità moderata.
Quella donna per la verità aveva su di lui la stessa poderosa forza d’attrazione del comizio di un personaggio marginale del Partito dei Pensionati, o della rilettura di un comma secondario di un capitolo di Diritto Fallimentare. Eppure non le staccava gli occhi di dosso, incollati da qualche parte tra la sua fronte e un terrificante segreto imparato suo malgrado in tenera età.
Il probabile marito la chiamò, lei disse qualcosa con tono asciutto e fece uno di quei passi esitanti ma decisi – come definirli altrimenti – verso di lui. Chinò appena il capo e disse una cosa come Ci conosciamo, o qualcosa di altrettanto definitivo.
Lui rispose No, no, no. No, e si portò alla bocca un maki di uova di salmone con un movimento delle bacchette sicuro e preciso. Non aveva scostato per un istante gli occhi da un punto esatto al centro della parete concava del suo cranio, molto più indietro dell'iride.

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mercoledì, 22 aprile 2009
 

In cui raschia l'immaginabile

La stanchezza si è fatta sabbia: gli si infiltra sotto le palpebre come la sabbia di Gatteo a Mare: sottile, polverosa e sporca.
Spinge la porta del piccolo albergo e si accascia sui gomiti, appoggiandosi al bancone, Sente le ossa rattolare, picchiandosi l'una all'altra come le gambe dei burattini.
Lei lo guarda da sotto in insù, distogliendo gli occhi dal monitor: anche lei è stanca, il sorriso è franco, ormai persa la curva del ghigno precompilato delle ore del mezzogiorno. Ha due fili di perle finte, grosse: un attorno al collo in doppio giro, e uno più lungo che si attarda leggermente nella via chiaramente tracciata sul petto, alto e tondo, fino alla cintura. Lo segue con lo sguardo, fino al profondo spacco sulla coscia. Non indossa calze, fa già caldo in questo scampolo di primavera dolente.
Le dice, Non c'è bisogno che le dica la camera, vero. Lei risponde alzandosi in piedi, Lei è l'ultimo a rientrare, e si protende attraverso il piano di quercia per allungargli la chiave. C'è silenzio, e riesce a sentire distintamente un piccolo sospiro, esalato con parsimonia tra le labbra. Lucide, piegate appena. Sono un uomo fortunato dice, allora.
Perchè gli chiede, scostandosi una ciocca di capelli biondocenere. Solo adesso percepisce il lieve profumo di zagare, Perchè sono l'ultimo uomo che la vede prima di andare a dormire. Sente i sassolini franare, eppure non trattiene il resto, avviandosi verso il disastro, Perchè l'uomo che si addormenta vedendo lei come ultima cosa dev'essere un uomo felice, poi si scosta dal bancone, come per dire Guarda che non dico altro, vado via.
Lei si guarda la punta delle scarpe, nemmeno tanto tacco, e gli dice Huighiueo uhysfwsyu jisj.
Le risponde Buonanotte anche a lei,  raccoglie la borsa e si avvia. Prima dell'angolo si gira a guardare, lei è di nuovo immersa nel monitor, gli occhi puntati nel mezzo.

In camera si appoggia al piccolo scrittoio, apre una mezza bottiglia di acqua naturale. Fresca, gli netta la gola, la sente scendere al millimetro. E' così stanco che le spalle si sono ripiegate in curve come tubi idraulici.
Beve, a piccoli sorsi.

Poi, di colpo, si ferma con la bottiglia a mezz'aria, girandosi verso la porta.

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lunedì, 30 marzo 2009
 

In cui l'invidia

Lo guardo, la mattina presto di questa ora legale, alle 0655. Lo guardo scendere dalla Cayenne nera, con il suo gilè antracite e la sua camicia bianca. Posa il piede vitellocalzato a terra, come un Armstrong più nostrano: come una contrazione di Peter Gallagher nella costituzione brevilinea di Bruno Conti. Sarà l'ora legale, che starebbe bene volturata in ora penale, che gli annebbia lo sguardo: che vorrebbe fulminare tenebrosamente l'universo ma risulta solo vagamente assonnato. Avrà un trentadue, trentacinque anni. Chi cazzo avrà ammazzato per comprarsi quell'auto.
Lo odio.
La fidanzata scende dal lato opposto, come pare sorprendentemente opportuno, vestita in ginz Cavalli e tacco puntuto. E' bellissima, una starlette. Ha l'espressione mordace di un dugongo dopo l'accoppiamento, e caracolla stordita dal jet lag verso le scale dell'Autogrillo.
E' perfetta, ed odio anche lei. Perfetta nel trucco, nell'abbigliamento, nei capelli, che sembrano messi al loro posto uno ad uno da piccoli parrucchieri cinesi. Sugge la sua briosc surgelata ripiena al cioccolato con bovina voluttà, tergendosi le goccioline sulla bocca atteggiata a cul di gallina con la punta del tovagliolo, quando risale a bordo del panfilo su ruote.
Gallagher la guarda con la stessa fibrillante attenzione che si dedica a i vermi della pioggia, quando escono dalla terra dopo il temporale.
La rabbia monta. Vorrei che fosse bujo, bujo dalle parti di Pioltello: e che lui stesse per attreversare la strada una notte di febbraio, con la nebbia ammucchiata in rotoballe ai lati della strada. E che mi sbucasse all'improssivo. E che fosse troppo tardi per frenare. E che gli potessi lodevolmente prendere contro con la macchina. E che potessi far finta di non averlo visto. O che potessi serenamente pensare di aver investito una nutria, o un capibara. E che potessi serenamente proseguire la mia strada.
Lei si gira, interrompendo il curioso cortometraggio che la rabbia sta projettando sul parabrezza. Rumina, tenendo la briosc alla cioccolata tra due mani, come fanno gli scojattoli. Mi guarda, sfregando i molari inferiosi su quelli superiori, riversando carboidrati semplici nell'abomaso.
MI afferro al volante per frenare il senso di vertigine.
Non si dovrebbe guardare dentro labisso del nulla alle 0655 il primo giorno d'ora penale.

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